1462 arresti, oltre diecimila reti malevole disattivate e 105 milioni di dollari recuperati: sono i numeri con cui INTERPOL ha chiuso Serengeti III, la terza edizione dell’operazione annuale contro il cybercrime in Africa. Dietro le cifre da comunicato stampa, però, si nasconde una mappa dettagliata di come oggi funziona la criminalità informatica transnazionale: call center che vendono finte opportunità di investimento a pensionati asiatici, database di due milioni di indirizzi email usati per il business email compromise, miniere di criptovalute illegali alimentate rubando elettricità dalla rete pubblica. Per chi si occupa di difesa, Serengeti III è meno una notizia di cronaca e più un identikit aggiornato delle infrastrutture criminali che, prima o poi, finiscono per colpire anche le caselle di posta europee.
Un’operazione che cresce ogni anno
Condotta tra il 29 giugno e il 31 agosto 2026 con la partecipazione delle forze dell’ordine di 21 Paesi africani e degli Stati Uniti, Serengeti III ha prodotto 1.462 arresti, l’interruzione di 10.909 reti criminali e la restituzione o il sequestro di oltre 105 milioni di dollari. Le vittime identificate sono quasi 66mila, con perdite complessive stimate oltre 385 milioni di dollari. Il trend è in crescita costante: la prima Serengeti, nel 2024, aveva portato a 1.006 arresti e circa 44 milioni recuperati; Serengeti 2.0, nell’estate 2025, era salita a 1.209 arresti e 97,4 milioni. Ogni edizione amplia il perimetro geografico e il numero di partner coinvolti, segno che il modello di cooperazione pubblico-privato contro il cybercrime africano si sta consolidando come appuntamento fisso.
Dentro le reti: dai call center ugandesi al mining illegale in Angola
Il caso più esteso riguarda l’Uganda, dove sono stati smantellati due anelli di frode transnazionali e arrestati 365 cittadini stranieri, in prevalenza provenienti dall’Asia meridionale e orientale. Le vittime, individuate in diversi Paesi asiatici, venivano agganciate tramite call center organizzati con script predefiniti, piattaforme di trading contraffatte e siti web costruiti ad hoc per sottrarre risparmi d’investimento e fondi pensionistici. Un portavoce del ministero degli Interni ugandese ha riferito che gli operatori vivevano e lavoravano in un complesso residenziale pensato per limitarne gli spostamenti, un dettaglio che riporta alla mente le “scam compound” del Sud-est asiatico più volte documentate dai report Interpol e ONU sulla tratta di persone legata alle truffe online.
In Nigeria le autorità hanno arrestato un sospettato legato a una campagna su larga scala di phishing e business email compromise: nella sua disponibilità sono stati trovati circa 2,1 milioni di indirizzi email raccolti per future campagne, oltre a un’auto di lusso acquistata con i proventi. Un secondo filone nigeriano riguarda una truffa d’investimento diffusa tramite app di messaggistica, con oltre 2,4 milioni di dollari di profitti tracciati e in larga parte riciclati attraverso criptovalute. In Angola sono stati chiusi due centri illegali di mining, con nove arresti, più di duemila dispositivi sequestrati e sei stazioni di trasformazione elettrica abusive, per un valore dell’infrastruttura confiscata superiore al milione di dollari: un promemoria di quanto il cybercrime “a basso contenuto tecnologico” come il furto di energia resti comunque redditizio su larga scala. Completano il quadro la chiusura di uno schema di app di prestito malevole in Tanzania, lo smantellamento di una rete di frodi sull’importazione di automobili in Gabon e 30 arresti per reati informatici nella Repubblica del Congo.
Il ruolo della threat intelligence privata
Come nelle edizioni precedenti, il valore aggiunto dell’operazione non viene solo dalle forze di polizia ma dai partner privati che alimentano Interpol con dati di visibilità su scala globale. Kaspersky ha fornito informazioni su infrastrutture di rete collegate a botnet, campagne DDoS e siti di phishing rivolti specificamente a utenti africani. Team Cymru ha messo a disposizione intelligence su domini sospetti, indirizzi IP e server di comando e controllo, contribuendo a mappare le reti criminali e a collegare infrastrutture apparentemente slegate. “La nostra capacità di osservare l’infrastruttura degli attaccanti su scala Internet dà ai difensori un punto di partenza radicalmente diverso”, ha dichiarato Jacomo Piccolini, vicepresidente delle partnership dati globali di Team Cymru. Hanno contribuito anche Group-IB e Fortinet, in un modello di collaborazione che negli ultimi anni è diventato lo standard per le operazioni di contrasto su larga scala, dalle retate contro i ransomware broker europei fino alle campagne di takedown di botnet coordinate da Europol.
Perché riguarda anche chi lavora fuori dall’Africa
È tentante leggere Serengeti III come una notizia a distanza di sicurezza, confinata a vittime e operatori africani. È un errore. Le campagne di business email compromise smantellate in Nigeria si rivolgono tipicamente a imprese occidentali: furto di credenziali, intercettazione di fatture, dirottamento di bonifici verso fornitori fittizi sono tecniche che colpiscono regolarmente anche aziende italiane ed europee, spesso tramite gli stessi database di indirizzi email raccolti e rivenduti su forum underground. Allo stesso modo, le infrastrutture di phishing e le botnet individuate da Kaspersky e Team Cymru non restano isolate: i domini e i server di comando e controllo usati per colpire vittime africane vengono con regolarità riutilizzati, rivenduti o affittati per campagne rivolte ad altri continenti. Smantellare un anello della catena, quindi, non elimina la minaccia ma la rallenta, costringendo gli operatori a ricostruire infrastrutture e a cercare nuovi affiliati, un costo operativo che le indagini di follow-up di Interpol continuano a monitorare.
Cosa resta da fare
Interpol ha precisato che diverse indagini restano aperte: identificare altri membri delle reti, tracciare ulteriori flussi di denaro e analizzare i dispositivi sequestrati durante i raid. Per i team di sicurezza aziendale, il takeaway pratico è semplice e per nulla nuovo: i controlli anti-BEC (verifica fuori banda di ogni richiesta di cambio IBAN, autenticazione a più fattori sulle caselle executive, DMARC configurato in enforcement) restano la prima linea di difesa contro reti che, come dimostra Serengeti III, operano su scala industriale e sono strutturalmente orientate a colpire chiunque, ovunque, offra un ritorno economico sufficiente.
- 1.462 arresti in 21 Paesi africani
- 10.909 reti malevole disattivate
- 65.929 vittime identificate, perdite oltre 385 milioni di dollari
- 105+ milioni di dollari recuperati o sequestrati
- 2,1 milioni di indirizzi email raccolti da un solo sospettato nigeriano per campagne BEC
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