Ci sono notizie che arrivano come un pugno nello stomaco.
Quella della morte di Carola Frediani è una di quelle.
Per chi vive e lavora nel mondo della cybersecurity italiana, Carola non era semplicemente una giornalista. Era una presenza costante. Una delle poche persone capaci di osservare il nostro settore con lucidità, spirito critico e una rara capacità di distinguere il rumore dai fatti.
In un’epoca in cui tutto deve essere urgente, allarmistico e spettacolare, Carola aveva scelto una strada diversa: quella della comprensione.
Leggevo con attenzione la sua newsletter, seguivo i suoi articoli, i suoi approfondimenti, il suo modo di raccontare la tecnologia e la sicurezza informatica senza mai cedere alla superficialità. Riusciva a parlare tanto agli addetti ai lavori quanto a chi si avvicinava per la prima volta a questi temi, senza mai banalizzare la complessità.
Ricordo ancora con orgoglio una circostanza che mi aveva particolarmente colpito: quando citò un articolo pubblicato sul mio blog all’interno di uno dei suoi approfondimenti (la newsletter Guerre di rete sul caso SIAE) dedicati a un caso nazionale. Un gesto probabilmente normale per chi fa giornalismo con serietà, ma che per me rappresentò un riconoscimento importante. Non tanto perché proveniva da una figura autorevole del settore, quanto perché arrivava da una persona che aveva costruito la propria credibilità sulla competenza e sull’onestà intellettuale.
Negli anni, Carola è stata una delle voci che hanno contribuito a definire il dibattito italiano sulla sorveglianza digitale, sul cybercrime, sulla sicurezza delle infrastrutture, sui diritti digitali e sulle implicazioni sociali delle tecnologie che utilizziamo ogni giorno.
Ha insegnato a molti di noi che la cybersecurity non riguarda soltanto malware, ransomware e vulnerabilità. Riguarda soprattutto persone. Riguarda libertà, informazione, potere e responsabilità.
Forse è proprio questo che rende oggi così difficile accettare questa notizia.
Perché quando scompare una persona come Carola, non perdiamo soltanto una professionista. Perdiamo una voce autorevole, indipendente e profondamente necessaria.
In un settore che spesso premia chi urla più forte, lei ha dimostrato che si può lasciare un segno anche parlando con calma, documentandosi con rigore e mantenendo sempre uno sguardo umano sulle storie che raccontava.
Oggi la comunità italiana della cybersecurity è un po’ più povera.
E molti di noi si sentono improvvisamente più soli.
Grazie, Carola, per tutto quello che hai scritto, spiegato e raccontato.
Grazie per aver contribuito a costruire una cultura della sicurezza informatica più matura, più consapevole e più umana.
Ci mancherai.