Mentre i titoli dei giornali di tutto il mondo raccontano del blitz militare statunitense in Venezuela e della cattura del presidente Nicolás Maduro, un’altra battaglia, più silenziosa ma non meno significativa, si sta combattendo nel cyberspazio, come sempre più spesso accade in situazioni geopolitiche rilevanti. I dati parlano chiaro: nelle ore cruciali dell’operazione, parti della capitale Caracas hanno sperimentato un blackout di connettività Internet. Non un guasto banale, ma un’interruzione che l’organizzazione di monitoraggio NetBlocks ha correlato direttamente ai tagli di energia avvenuti durante l’azione militare. L’osservatorio, citato da SecurityAffairs, conferma la perdita di connettività attraverso i suoi metrici, dipingendo un quadro di un paese che, nel momento del massimo sconvolgimento politico, è stato anche parzialmente isolato digitalmente.
Il presidente Trump, nel dettagliare l’operazione, ha fatto un’allusione che non è passata inosservata agli analisti di sicurezza informatica: “Le luci di Caracas furono in gran parte spente grazie a una certa competenza che abbiamo”. Una frase che POLITICO, riportata nell’analisi originale, ha interpretato come un velato riferimento all’uso di capacità cyber o tecniche per sabotare la rete elettrica. Se confermato, sarebbe un raro caso di ammissione pubblica, seppur indiretta, dell’impiego di strumenti informatici in un’operazione militare su vasta scala, un salto qualitativo nella dottrina della guerra ibrida.
Ma cosa fanno i cittadini quando le luci – quelle reali e quelle digitali – si spengono? Cercano alternative, canali sicuri, vie di fuga dalla sorveglianza e dalla censura. Ed è qui che i dati diventano ancora più eloquenti. L’analisi dei Tor Metrics, esaminata da SecurityAffairs, mostra un picco improvviso e significativo nell’utilizzo della rete Tor dal Venezuela proprio in corrispondenza di quei giorni critici. Il grafico non lascia spazio a dubbi: una linea precedentemente modesta e fluttuante impenna, attestandosi su valori molte volte superiori al baseline.
Questo non è un semplice incremento di traffico. È il segnale biometrico di una società sotto stress estremo, che cerca disperatamente di preservare due beni primari: l’accesso all’informazione e l’anonimato. Tor, con la sua capacità di instradare il traffico attraverso una serie di relay crittografati, mascherando l’origine e la destinazione, diventa l’unico salvagente per attivisti, giornalisti e comuni cittadini. Serve a bypassare possibili filtri governativi (o imposti dal nuovo controllo territoriale), a raggiungere media esteri indipendenti, a coordinare iniziative senza lasciare tracce digitali riconducibili, o semplicemente a leggere notizie non allineate senza il timore di essere profilati e individuati.
Il pattern osservato è un classico della cyber-sociologia in tempi di crisi: prima un utilizzo di nicchia, spesso legato a comunità tecniche o a chi opera in contesti repressivi; poi, l’evento scatenante – un colpo di stato, proteste di massa, una censura improvvisa – e l’impennata. È successo in passato in altri teatri di tensione, e il Venezuela ne offre una nuova, drammatica illustrazione. L’aumento non è un episodio transitorio, ma una cambiamento comportamentale sostenuto, che indica come decine di migliaia di persone stiano modificando le proprie abitudini digitali per sopravvivere alla turbolenza informativa.
Il contesto cyber venezuelano era già caldo. Pochi giorni prima degli eventi, la compagnia petrolifera di stato PDVSA aveva denunciato un attacco informatico che, a suo dire, aveva colpito alcuni sistemi amministrativi. L’azienda, come riportato da SecurityAffairs, aveva puntato il dito direttamente contro il governo degli Stati Uniti, accusandolo di un’aggressione finalizzata a minare le esportazioni di greggio. Un episodio che, sebbene di portata apparentemente limitata, aveva già sollevato il velo su come il cyberspazio sia ormai un terreno di scontro permanente e preliminare.
La convergenza tra operazioni militari tradizionali, presunte cyber-operazioni offensive e la reazione difensiva della popolazione attraverso strumenti di anonimizzazione come Tor delinea un panorama di conflitto multidimensionale. Da una parte, la possibilità di usare il “buio digitale” come arma tattica per paralizzare il comando e controllo o seminare il caos. Dall’altra, la resilienza bottom-up di cittadini che, con pochi click, cercano di sottrarsi al controllo e di mantenere una finestra sul mondo.
Questa storia è fatta di paura, resistenza e adattamento, ovviamente come ogni scenario bellico. Il picco di Tor dal Venezuela è la prova statistica di un istinto di sopravvivenza nell’era digitale: quando i canali ufficiali crollano o diventano pericolosi, l’umanità si rifugia nell’ombra della rete, sperando di trovarvi un barlume di verità e un filo di libertà.